
Ci sono momenti in cui la Storia sembra accelerare e gli eventi si addensano, evolvono rapidamente sconvolgendo le categorie conosciute e ribaltando le posizioni storicamente definite che si negano e si invertono, smontando le certezze acquisite di ciascuno per lasciare spazio al vuoto e alla confusione del giudizio.
L’accelerazione investe ogni voce e ogni questione, dai grandi temi della pace e della guerra ai disastri climatici, dalle economie globali alle micro locali che impoveriscono le masse, dalle sacrosante rivendicazioni dei popoli all’irragionevolezza delle reazioni dei governi, dalle minacce terroristiche alle garanzie istituzionali che dovrebbero salvarcene, così da rendere indistinguibile dove diavolo sia finita la ragione e dove si nascondano i torti.
La coscienza ne risulta sperduta, afflitta da domande alle quali le figure fino a ieri più accreditate, nell’urgenza di offrire immediate interpretazioni pret a portair, rispondono rinnegando la loro stessa autonomia di giudizio, aumentando quindi i dubbi invece di scioglierli.
Chi davvero vuole la guerra e chi invece difende la pace?
Chi ha mantenuto i patti e chi li ha traditi? A chi spetta il pezzetto di terra abitato, a chi c’è o a chi ne rivendica la giurisdizione per precedenti accordi sovranazionali, supposta egemonia storica se non addirittura promessa divina?
Cosa può dirsi incontrovertibilmente di destra e cosa di sinistra nel ribaltamento delle tesi pro e contro le potenze in gioco, soprattutto se, nell’anaconda di logica che vorrebbero affermare, finiscono per condividere la controparte di ieri da cui vogliono rimarcare i distinguo: nella corsa affannata a dimostrare la ragione, replicano o recitano gli stessi copioni ma a risultanze invertite, per finire a contraddirsi nei più beceri luoghi comuni un tempo osteggiati, che per fare la pace ci serve la guerra.
O, ancor di più, della guerra la sua paura.
E’ così che episodi storici e figure esemplari, istanze e ideali ereditati da passati eroici vengono decontestualizzati dal loro habitat storico e ideale per essere revisionati, negati, ribaltati o usati artatamente a giustificazione delle rispettive narrazioni.
Dovremmo chiederci davvero cosa intendessero i prigionieri del fascismo a Ventotene quando vagheggiavano dal carcere un’Europa solidale, pacifica, non succube del capitale, o piuttosto se la domanda sia l’ennesima trappola per distrarci dall’incapacità della classe dirigente di affrontare le questioni centrali che s’addensano rapidamente?
Perfino scendere in piazza, in questo avvitamento del giudizio che rincorre sentenze a vanvera, come schegge impazzite private di ogni appartenenza a pensieri, componenti e movimenti sempre più frantumati e disgregati, perde il suo significato democratico, rischia di strumentalizzarsi a conta dei numeri che servono ai promotori a darsi meriti, ai destrattori consensi, alle questure lavoro.
Ogni coscienza, costretta come mai nella storia a esprimere con urgenza ed impellenza il proprio giudizio, mai così tanto privato di conseguenze concrete, è sbattuta da un capo all’altro dell’arco di pensiero, strattonata dai richiami qui e dall’emergenza di là e, con medesima disinvoltura, dalla fiducia o sfiducia nell’alleato di oggi o di ieri, per la paura del vecchio o del nuovo nemico alle porte.
Già, ma oggi il vero nemico pubblico sta a destra o a sinistra?
Stare nella Nato o uscirne è di destra o di sinistra? Acclamare l’Europa allo sbando o rifiutarne il tradimento ai principi fondanti significa accelerarne il disfacimento o salvarla dalla debacle salvaguardandone i valori? Voler cessare il massacro e il sacrificio di intere popolazioni allo stremo vuol dire indietreggiare sui diritti o concedere finalmente tregua alle sofferenze? Invadere terre vicine significa riportare la giustizia liberando i popoli, estirpandone le mele marce e rifuggendo il rischio di doversene difendere domani o è solo l’imbellettamento alle scuse per accaparrarsi terre rare?
Quanto armare un popolo ridotto al lumicino, soprattutto se si fanno distinzioni fra popoli più vicini e più lontani, invocandone il rifiuto alla resa equivale a sostenerlo e quanto invece a creare domanda al mercato della guerra per rimpolpare i bilanci nazionali a caduta libera?
Fino a che punto ricostruire i territori distrutti risponde a sacrosante istanze umanitarie per ridare respiro alle umane sofferenze e quanto invece serve a massimizzare i profitti a costi irrisori?
In questo inconsulto vorticare di notizie, opinioni, immagini e fatti che, rimbalzando fra home page e homepage trangugiano fatti, ideali, citazioni, riferimenti, slogan dell’ultim’ora e reciproche accuse di totalitarismi confondendole nella valanga di chiacchiere, selfie e auguri di compleanno che popolano il web, la sensazione è di essersi avvicinati al bordo di un Buco Nero che assoggetta la realtà risucchiando quanto gli ruota attorno in una singolarità, un microscopico puntino talmente denso da imprigionare interi universi.
E’ difficile qui dentro mantenere lucidità di giudizio, liberarsi dai pregiudizi e dai condizionamenti che impazzano in una danza tutt’attorno come Paolo e Francesca nel loro girone infernale: alla povera coscienza in balia del turbine gravitazionale resta solo aggrapparsi disperatamente alla Memoria Storica, che resta sempre maestra di vita.
La storia ci dice che i poteri raramente si sperticano per i popoli che governano e che ogni volta che paventano uno spauracchio da abbattere, un feticcio da ardere o una paura da esorcizzare, nascondono interessi perversi oppure, più semplicemente, non hanno competenze, potere o capacità di rispondere alle crisi sistemiche, prodotte dai loro macroscopici errori politici e strategici.
Quanto al Buco Nero, poche certezze. Solo una pare inconfutabile, che è sempre bene tenersene lontani.
Antonio Pizzola
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