
Da tre anni a servizio della direzione ospedaliera della Ausl di Piacenza, quindi in piena zona rossa da emergenza Covid, il dottor Flavio Santilli, di Pratola Peligna, è finito alla ribalta dei social per la sua generosità. Santilli ha donato parte del suo stipendio a chi più ne ha bisogno in questo periodo che di destabilizzazioni ne ha create un bel po’.
Perché questa donazione così importante?
E’ stato un gesto disinteressato, non mi aspettavo tutta questa risonanza sui social. Era un desiderio che avevo da un paio di settimana. Questi due mesi, anche se di lavoro intenso, io sono stato comunque un privilegiato perché ho continuato a percepire uno stipendio e mi è capitato spesso di mettermi nei panni di chi in questo periodo è rimasto fermo, di chi non ha percepito un guadagno, di chi se la sta passando brutta. Non mi sono sentito di fare una donazione per una causa internazionale, quindi ho pensato ad una associazione locale per avere la certezza che questi soldi andassero su qualcosa di tangibile, concreto. Ho contatti con l’associazione “Carrozzine determinate Abruzzo” di cui ammiro molto le attività. Poi non desideravo la promozione del mio gesto, ma mi rendo conto che potrebbe avere ora un effetto a catena.

In servizio a Piacenza è stato nell’emergenza fin dall’inizio?
Codogno, in provincia Lodi, dove c’è stato il primo caso, è a 15 chilometri da Piacenza, quindi la città più vicina. Le prime fasi sono state impressionanti, l’ospedale era in emergenza assoluta. Ricordo il primo giorno, era un venerdì, da lì abbiamo iniziato a lavorare tutti i week end. Inizialmente pensavamo di riuscire a circoscrivere il contagio in qualche giorno, poi ci siamo resi conto che era una cosa che avremmo dovuto fronteggiare per più tempo. Insieme alla direzione, io avevo il compito di strutturare la nuova organizzazione aziendale.
Come è stato?
Abbiamo vissuto giorni molto intensi, un lavoro incessante, gli ospedali sono stati rivoluzionati. Dall’inizio sono state sospese le attività ambulatoriali, le operazioni programmate, tutte le energie sono state dirottate sul fronteggiare l’emergenza. Abbiamo chiuso tutti i pronto soccorso tranne quello di Piacenza per gestire meglio il flusso delle persone, il loro stato, in questo modo tutto è diventato tutto più regolamentato. C’è stato un carico lavorativo ed emotivo enorme. Le persone piacentine che lavorano con me hanno perso quasi tutti qualcuno. Anche ascoltare i loro timori del rientrare a casa e preoccuparsi di eventuali contagi ai propri familiari… Io fortunatamente vivo da solo quindi ero sollevato da queste preoccupazioni.

Come è evoluta la situazione nel tempo?
La stanchezza inizia a farsi sentire perché nonostante la situazione sia migliorata, il lavoro non è diminuito. In due mesi ci siamo interessati esclusivamente al Coronavirus, ma esistono altre malattie a cui dobbiamo far fronte e che quindi vanno riorganizzate di nuovo. E’ un lavoro impegnativo perché la riorganizzazione va pensata nella maggiore sicurezza possibile, attraverso percorsi esclusivi, evitare assembramenti, appuntamenti per non far incontrare le persone, fare screening telefonici per capire il loro stato prima dei controlli, se sono “pulite”. Ci abbiamo messo tanto a pulire gli ospedali e dobbiamo evitare che diventino fonte di contagio.

A livello personale ed emotivo come ha vissuto il fenomeno della pandemia mondiale?
Due cose: la prima, a cui sono arrivato con il senno del poi, è una riflessione legata all’Organizzazione mondiale della Sanità che aveva dato come criterio sospetto le persone che arrivavano dalla Cina, un errore visto che oggi le distanze sono relative e gli spostamenti facili; la seconda considerazione è che è stato emotivamente difficile. Non ho pensato ai risvolti economici e politici, il mio pensiero è stato solo sanitario. Ho imparato più cose in due mesi che in cinque anni. Sono stato messo in un vortice in cui si doveva fare tutto e subito nella massima concentrazione.
Faceva, fa qualcosa per scaricare la tensione?
Per le prime due settimane, insieme a due colleghe con cui facevo anche 13 ore al giorno di lavoro, abbiamo messo su un rituale: a fine lavoro bevevamo un bicchiere di vino insieme. E poi nelle ultime tre settimane ho reinserito lo yoga che pratico ogni due giorni.
E la lontananza da Pratola, come vive i suoi affetti in questo contesto particolare?
C’è sempre stata vicinanza con i miei genitori. Il non tornare in Abruzzo non l’ho vissuta come una privazione. Ancora prima che venissero diffuse le misure restrittive ho chiamato i miei genitori per dire loro che non sarei tornato se non in estate perché vivendo a Piacenza chiaramente la paura maggiore è quella di essere veicolo del contagio, anche se sono stato sottoposto a tutti i controllo. Pratola mi manca tantissimo, sono fiducioso che a luglio o agosto saranno possibili gli spostamenti.
Simona Pace
Commenta per primo! "Medici sul campo: il dono di Flavio Santilli"