
“Nei mesi passati- rincara i Cai- si è assistito a lunghe ed accese discussioni su come impiegare quella pioggia di soldi che dovevano essere i fondi FAS, quanti Euro sono stati destinati alla cura del bosco ed alla prevenzione degli incendi? Nei giorni dell’incendio è apparsa sugli organi di informazione la notizia che sono stati potenziati gli impianti di innevamento artificiale nell’Alto Sangro, bene, una buona notizia per l’economia del territorio ma questa è la dimostrazione di come sia intesa la montagna: il luogo della neve costruita o il terreno per futili giochi, come la progettata zip-line di Pacentro”.

Le domande che affollano il gruppo sulmonese riguardao anche i metodi di gestione dell’emergenza incendio che, a parer loro, doveva essere affrontato con un “corpo a corpo” così come accadeva negli anni ’70 quando l’incendio delle Marane venne domato nel giro di tre giorni anche grazie al contributo della forestale per la quale non si risparmiano, gli amanti della montagna, nell’alimentare anche le polemiche sull’accorpamento con i carabinieri. E le tagliafuoco, altra preoccupazione, per le quali si spera non diventino pisteda corsa per mezzi vari o ricettacolo di rifiuti. Contrari al rimboschimento, il Cai parla anche del rischio idrogeologico esistente ancora prima dell’incendio stesso: “chi conosce un po’ di più la montagna sa che ci avevano già pensato i nostri nonni costruendo briglie che rallentassero l’acqua lungo i profondi valloni del Morrone. Briglie che adesso giacciono nascoste dalla vegetazione o peggio sepolte dai detriti. Forse si p
otrebbe dargli un’occhiata, pulirle, se necessario consolidarle, così da limitare eventuali danni”.

Ed ancora l’appello ai giovani ad amare la montagna anche “prima” e non solo “dopo” eventi calamitosi aderendo alle diverse associazioni civili. “Da parte nostra ribadiamo la disponibilità a collaborare con chiunque abbia bisogno della nostra esperienza e conoscenza del territorio” conclude il Cai promettendo di tornare su in primavera a tracciare ancora le vie dell’escursionista.
Niente lacrime di coccodrillo insomma.
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